MICHAL HELFMAN

 mercoledì 15 aprile 2009, ore 11.00 – 13.00
Corso di Porta Nuova, 38 – Milano
CARDI BLACK BOX
Saranno presenti:
Barbara Berlusconi, socio fondatore
Nicolò Cardi, socio fondatore e A.D. Cardi Black Box
Martina Mondadori, socio fondatore
Sarah Cosulich Canarutto, direttore artistico Cardi Black Box
Michal Helfman, artista
Inaugurazione ore 18-21 su invito

Cardi Black Box, nuova galleria d’arte contemporanea internazionale caratterizzata da un approccio fortemente innovativo e sperimentale, presenta nella sede italiana a Milano, in Corso di Porta Nuova 38, la sua seconda esposizione, dedicata alla giovane artista israeliana Michal Helfman.

Nata nel 1973 a Tel Aviv, Helfman è alla sua prima personale in Europa. La mostra, a cura di Sarah Cosulich Canarutto, sarà aperta al pubblico da giovedì 16 aprile a mercoledì 20 maggio 2009.
Per accogliere la mostra, lo spazio espositivo di Cardi Black Box è stato completamente trasformato dall’artista che ne ha mutato profondamente l’architettura interna: giochi di volumi, di luci e di specchi generano visioni e alterazioni delle quali il visitatore diviene inconsapevole protagonista. Circondato, lo spettatore si trasforma in voyeur: condivide il desiderio, il disordine e la caleidoscopica illusione espressi dai video e dalle monumentali e composite installazioni di Michal Helfman.

La mostra
Nella sua nuova opera, The Lesson, concepita specificatamente per questa mostra e prodotta da Cardi Black Box, Michal Helfman presenta un ambiente spettacolare e al tempo stesso destabilizzante: l'omonimo video capovolge uno studio di danza classica, trasformandolo in un curioso night club. Ruotata di 90 gradi, la sbarra diviene un palo da pole dancing, il movimento rigoroso ed elegante della ballerina classica si trasforma nel moto aggressivo e sensuale di una spogliarellista. Il sipario si chiude e la scena si sposta in mezzo all'oceano con l'esplosione di una piattaforma petrolifera tratta da immagini di cronaca. Con questo contrasto, The Lesson richiama metaforicamente universo femminile e sguardo predominante maschile, mettendo in evidenza il rapporto tra uomo e donna attraverso l'analisi di stereotipi sociali e di ruolo.
L'opera riprende il tema dal video in una composita installazione costituita da sculture e elementi che, attraverso un gioco di inversioni e alterazioni, contribuiscono a disorientare e rompere i confini tra individuo e spazio, tra oggetto e azione. La conflittualità tra tecnologia industriale e sensualità emotiva, artificialità e iperrealtà, architettura e decorazione sono i concetti chiave alla radice della sua analisi artistica: anche gli oggetti e le figure appaiono in liquefazione, in stato di transizione, come se volessero trasformare la loro essenza e, di conseguenza, il nostro modo di guardare cio' che ci circonda.

Lo spazio condiviso, in Just be good to me, video installazione che completa la mostra al piano superiore, si fonde con quello privato e personale dell'artista, per sottolineare l'ambiguità su cui poggiano le nostre certezze. Con una originale prospettiva naturalistica che vede il movimento comporsi attraverso una sequenza di tanti fermo immagine, l'artista racconta il rapporto tra uomo e natura attraverso l'elaborazione di un tema pittorico classico come quello della maternità. La scena di carattere quotidiano di una madre con un bimbo rivela pero' subito la propria artificiosità: si tratta di un piccolo set in un angolo remoto di deserto. L'apparato di sovrastrutture dell'uomo, la cultura specchiata nell'imponenza della natura, rivelano allora la propria fragilità. Il deserto, spazio vuoto e immutabile incorniciato da una quinta di rocce, e' il luogo ove la madre si incammina col figlio in un delicato equilibrio tra natura e cultura in cui emerge l'assenza dell'uomo, il padre. Lo spettatore assiste al placido calar della sera finche' una folla di lune piene sembra emergere, gonfiandosi, dal cielo, distruggendo con ridondanza e inspiegabilità la volta celeste. Come la madre e il figlio sono inghiottiti dal paesaggio desertico, e' ora lo spazio naturale a piegarsi alla dimensione decorativa e kitsch di queste lune reminescenti palle stroboscopiche da discoteca.

Il soggetto dell'opera di Michal Helfman, che fa convergere temi e simbologie della storia dell'arte, elementi autobiografici e l'immaginario psichedelico dei locali notturni in un lavoro scevro di significati politici, riflette sull'interazione tra lo spettatore e lo spazio fisico, e sull'influenza che l'architettura del nostro vissuto opera sullo sguardo e sulla percezione, in un gioco di inversioni e capovolgimenti non soltanto di ruoli ma di modi di percepire e di interpretare il mondo che ci circonda. L'artista trasforma un'immagine in icona, in simbolo del dualismo estremo che esiste tra natura/cultura, apparenza/realtà, singolo/collettività. Tra illusione, finzione e realtà, ancora una volta Helfman immerge lo spettatore nel complesso gioco di relazioni tra uomo e contesto, spazio e azione.

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