Beba Stoppani / AMY-D ARTE SPAZIO Esposizione MIA2016

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Beba Stoppani / AMY-D ARTE SPAZIO

Esposizione MIA2016

Titolo progetto globale: a 5000mt 

                                                    (Zero gradi a 5000 metri)

 

Nel luglio del 2015 l’impatto dell’ondata di calore sulle Alpi raggiunge il suo picco ed è tale che vengono

vietate le escursioni in quota per il grave pericolo.

A queste temperature la cima (calotta di ghiaccio perenne) del M. Bianco si riduce e il ghiacciaio del

Rodano si scioglie come un ghiacciolo nelle mani di un bambino.

Questo lavoro è un grido di contrizione e dolore per i danni che stiamo provocando a noi stessi e

all’ecosistema. Un richiamo al rispetto e all’amore per la Natura e la Montagna che pur colpita nella sua

integrità ancora ci regala bellezza e risorse.

Dalla fine dell’ultima glaciazione, intorno al 1850, il ghiacciaio del Rodano si ritrae.

Da allora per molte generazioni fino ad oggi si è mantenuta salva la tradizione di visitare la grotta di

ghiaccio, non ugualmente siamo stati capaci di salvaguardarne l’ecosistema.

Ogni anno grande sforzo è messo nell’uso di teloni riflettenti per frenarne lo scioglimento in rapida e forte accelerazione…

Ma nel viavai continuo dei visitatori (piccole formiche) che entrano ed escono giocosamente dalla

grotta, pochi sembrano essere consapevoli e “vedere” la deriva in cui siamo precipitati…

La Montagna offre oggi ancora la sua maestosa bellezza, ma le generazioni future che faranno?

Questo studio vuole essere un richiamo soprattutto per i giovani a una responsabilità più forte verso

il nostro pianeta e verso una ecologia integrale dove Uomo e Pianeta, sullo stesso piano, siano rispettati

e vissuti come un Unico Organismo Vivente.                                                                                                          Beba Stoppani

X-Change testo di Gigliola Foschi
Una mostra per riflettere sui cambiamenti climatici e sul nostro sempre più problematico rapporto con la Terra. Si sente ripetere spesso che la temperatura media del nostro Pianeta è già salita di 1 grado centigrado, e che, se mai dovesse superare la soglia limite dei 2 gradi, faremmo i conti con città sommerse dall’acqua, campi e foreste in balia del deserto e altri scenari catastrofici. Ma siamo sicuri che qualcosa di grave non sia già avvenuto? C’è da preoccuparsi solo per un incerto futuro a venire?  No: molto, purtroppo, è già accaduto e sta accadendo – come  testimoniano i lavori dei tre autori proposti dalla galleria AMY D Arte Spazio. E la fotografia, si sa, magari può mentire, ma di certo riesce a raccontare solo l’oggi o il passato più o meno lontano, mentre si trova in evidente difficoltà nell’evocare il futuro (a meno che non si ricorra all’uso massiccio di photoshop – ma non è il caso dei nostri tre autori). E’ alla fotografia, comunque, che spetterebbe il nobile compito di rendere visibili i drammi o i problemi reali che si celano dietro freddi dati statistici: un compito accolto appieno da Beba Stoppani, Edoardo Miola e Daesung Lee, uniti in nome dell’ascolto della Terra e in sua difesa, anche se  diversissimi tra loro per i temi affrontati e il modo di raccontarli.Già nel titolo del suo lavoro, 0°a 5000 mt., Beba Stoppani ci annuncia che il suo è un grido di dolore di fronte al dramma dello scioglimento dei ghiacciai, per l’esattezza quello del Rodano (Svizzera). L’autrice si trovava lì, ai piedi di questo ghiacciaio, quando l’ondata di calore “anomala” del luglio 2015, raggiunte le Alpi, lo faceva sciogliere come un “ghiacciolo nelle mani di un bambino” –  così lei stessa racconta con scoramento. I dati geologici parlano chiaro e sono incontrovertibili: dal 1850 il ghiacciaio del Rodano è diminuito di oltre 3 chilometri. Nelle tre settimane di canicola del luglio 2015 è arretrato di ben 6 metri. Ma un conto è venirne informati, tutt’altra cosa vedere tale disastro sotto gli occhi,  partecipare emotivamente al declino e alla sofferenza di questo gelido gigante, come riesce a fare Beba Stoppani. Lei non si limita infatti a documentare la tristezza e al contempo la grandiosità del ghiacciaio, ricoperto di teli riflettenti  in un inane combattimento contro il sole e il riscaldamento planetario. Ma lo vede, e ce lo fa sentire, come l’esito simbolico e pregnante del nostro comportamento folle nei confronti di una natura che pure ci nutre e di cui facciamo parte. Lo osserva, quasi fosse un malato grave, con uno sguardo impotente,  carico di pietas. Lo sguardo di chi assiste amorevolmente un sofferente, cui si dovrebbero prestare subito cure appropriate. Così il ghiacciaio – riparato sotto teli che ne lasciano scoperte alcune parti, simili a membra consunte – rivela ancor di più il suo declino, la sua scoraggiante vulnerabilità. Sembra una  “persona”, a cui si vorrebbe, in un gesto d’amore, restituire anche la forza perduta, la dignità e la sua storia.  Beba Stoppani (discendente del grande geologo/naturista/scrittore Antonio Stoppani, autore di Il Bel Paese, e antesignano osservatore dell’impatto umano sull’ambiente) ha nutrito le sue memorie private e famigliari con le visite proprio a questo ghiacciaio. E ora non può guardarlo con atteggiamento freddamente documentario.  Così – oltre a proporre una serie d’immagini cariche di empatia – entra anche nel tunnel di ghiaccio blu che, per la gioia dei visitatori, viene scavato ogni anno alla base del ghiacciaio:  s’immerge e ci immerge nella magia dei ghiacci che paiono trasformarsi in luminosi paesaggi lunari, in spazi aperti verso l’infinito. Ma come fare per restituire la memoria dell’antica possanza di questo ghiacciaio? La risposta la trova in una serie d’immagini d’epoca che ne testimoniano la trascorsa grandiosità. Immagini che lei stampa su una fragile e preziosa carta tradizionale coreana, come a indicare che la memoria è tenace ma anche pronta a svanire in un soffio, sommersa dall’oblio e dal tempo che scorre.Edoardo Miola ci conduce in Scandinavia, in quella zona della Svezia settentrionale dove lui vive buona parte dell’anno. Il suo sguardo su questi luoghi non è dunque quello del turista di passaggio, ma di chi ha visto lentamente e progressivamente slabbrarsi il rapporto tra la popolazione svedese e il paesaggio boscoso cui un tempo era legata,  e da cui traeva le principali fonti di sussistenza. Un’assenza di rapporto che Miola indaga mostrandoci case spesso mal tenute o abbandonate, circondate da boschi e prati mal curati, dove troneggiano, come assurdi status-symbol, scassate auto americane. Boschi fitti, gelidi, privati della loro vitalità e della vita degli animali perché ormai divenuti solo “materia prima” per l’industria del legname.  Il tutto con fotografie colorate, ben inquadrate, luminose e accattivanti che, invece di sottolineare il degrado e indicarcelo con forza, ambiguamente ci traggono in inganno grazie al loro aspetto seducente e fintamente  bucolico. E in questo modo però ci spingono a osservarle con più attenzione. In Svezia, l’assenza di progetti capaci di coniugare vita e natura, consapevolezza e sviluppo non assume infatti toni forti e drammatici. Il buon livello di tutela sociale, di cui è campione questo paese nordico, impedisce per fortuna l’indigenza, ma si traduce poi in qualcosa di strisciante, nei segni più o meno evidenti di un disagio sociale, di un vuoto di valori e di una perdita di cultura autoctona che, nei casi peggiori dà spazio all’alcolismo e alla depressione, in altri  “si limita” a riproporre modelli omologati di basso livello. Il “Modello Svedese”, che Miola ci mostra, invita così a riflettere sul disorientamento dell’uomo contemporaneo, privo di mete consapevoli e ormai divenuto – come lo definisce Zygmunt Bauman – un “sottoproletario dello spirito”. Il coreano Daesung Lee affronta realtà già pesantemente segnate dall’effetto serra e dal riscaldamento del pianeta Terra. Con il progetto Ghoramara mostra il dramma degli  abitanti di quest’isola del golfo del Bengala  che, a causa del progressivo innalzamento  delle acque, sono costretti a lasciarla per altre isole, le quali  verranno a loro volta erose (è stato calcolato che nel 2020 il 15% delle isole dell’arcipelago delle Sundarbans saranno sommerse). Il suo lavoro Futuristic Archaeology è invece  dedicato  alla desertificazione della Mongolia: qui si è assistito negli ultimi trent’anni a una diminuzione delle precipitazioni del 10%  e alla perdita di 140 chilometri quadrati di territori ormai divenuti inutilizzabili per il pascolo. Ma, si badi, questo autore evita con cura di creare immagini “forti” e di ovvia denuncia. Come insegna anche  Duane Michals, la fotografia può dare voce ai sogni, alle speranze, e non solo raccontare la realtà. Può più facilmente invitarci  a riflettere là dove ci cattura con una bellezza capace di coniugarsi con la verità, che non offrendoci spettacoli unicamente  tristi e drammatici. Così  Daesung Lee, nel suo delicato e soffuso lavoro dedicato alle persone che vivono o vivevano sull’isola di Ghoramara, fotografa gli isolani in piedi, quali guerrieri solitari che eroicamente resistono in mezzo alla fiabesca e terribile immensità di un’acqua pronta a erodere ogni residuo di terra su cui sono aggrappati.  Mentre in  Futuristic Archaeology  crea un giocoso, ironico e spiazzante dispositivo visivo, capace di coniugare passato e presente, realtà e sogno, il tutto all’insegna della speranza e dell’utopia. Una verdeggiante  foto in stile diorama, appesa nel mezzo dell’attuale paesaggio desertico della Mongolia, si offre infatti come una sorridente finestra che ricorda come erano un tempo quei luoghi, per invitarci a entrare nel passato. In un mondo dove le pecore trovavano pascoli abbondanti, dove l’acqua si raccoglieva nei laghi  e la gente indossava ancora i suoi smaglianti costumi… Simbolo di questa  ricerca è l’immagine di una bambina che, munita di rullo e pittura, cerca di ridonare alla natura inaridita il colore verde delle speranza e dell’erba tenera.

 

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