
{"id":71902,"date":"2019-07-12T02:10:37","date_gmt":"2019-07-12T00:10:37","guid":{"rendered":"http:\/\/www.gdapress.it\/it\/?p=71902"},"modified":"2019-07-12T02:14:51","modified_gmt":"2019-07-12T00:14:51","slug":"museo-del-novecento-milano-remo-bianco-le-impronte-della-memoria","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.gdapress.it\/it\/index.php\/71902\/arte\/museo-del-novecento-milano-remo-bianco-le-impronte-della-memoria.html","title":{"rendered":"Museo del Novecento  Milano  Remo Bianco. Le impronte della memoria"},"content":{"rendered":"<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft size-full wp-image-71903\" src=\"http:\/\/www.gdapress.it\/it\/..\/public\/it\/2019\/07\/download-18.png\" alt=\"\" width=\"260\" height=\"241\" \/><\/p>\n<p>Ho tagliato legni e plastiche, sovrapponendoli in modo da ottenere una profondit\u00e0 tridimensionale. E in seguito, sempre in questo ordine, ho disegnato per moltissimo tempo con un pennarello che si chiamava Flomaster [sic] sul vinylite, una superficie plastica che si poteva trattare come la tela\u201d.<\/p>\n<p><em>Remo Bianco<\/em> [A, p. 77]<\/p>\n<p>Promossa da Comune di Milano|Cultura e ideata e realizzata dal Museo del Novecento in collaborazione della Fondazione\u00a0<span class=\"markb4vsmgkiz\" data-markjs=\"true\" data-ogac=\"\" data-ogab=\"\" data-ogsc=\"\" data-ogsb=\"\">Remo<\/span>\u00a0<span class=\"markfbsfk2mjp\" data-markjs=\"true\" data-ogac=\"\" data-ogab=\"\" data-ogsc=\"\" data-ogsb=\"\">Bianco<\/span>, la mostra \u201cRemo<span class=\"markfbsfk2mjp\" data-markjs=\"true\" data-ogac=\"\" data-ogab=\"\" data-ogsc=\"\" data-ogsb=\"\">Bianco<\/span>. Le impronte della memoria\u201d, aperta al pubblico dal 5 luglio al 6 ottobre 2019, \u00e8 curata da Lorella Giudici ed \u00e8 allestita nel percorso museale del Museo, coinvolgendo anche gli spazi degli Archivi \u201cEttore e Claudio Gian Ferrari\u201d.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Le oltre 70 opere esposte ripercorrono le fasi della ricerca di\u00a0<span class=\"markb4vsmgkiz\" data-markjs=\"true\" data-ogac=\"\" data-ogab=\"\" data-ogsc=\"\" data-ogsb=\"\">Remo<\/span>\u00a0<span class=\"markfbsfk2mjp\" data-markjs=\"true\" data-ogac=\"\" data-ogab=\"\" data-ogsc=\"\" data-ogsb=\"\">Bianco<\/span>\u00a0(Milano, 1922_1988) e ne rappresentano i percorsi di vita e di lavoro.<\/p>\n<p>Nella Milano del boom economico, in un\u2019atmosfera culturalmente ed economicamente produttiva, il giovane\u00a0<span class=\"markb4vsmgkiz\" data-markjs=\"true\" data-ogac=\"\" data-ogab=\"\" data-ogsc=\"\" data-ogsb=\"\">Remo<\/span>\u00a0<span class=\"markfbsfk2mjp\" data-markjs=\"true\" data-ogac=\"\" data-ogab=\"\" data-ogsc=\"\" data-ogsb=\"\">Bianco<\/span>\u00a0conosce e frequenta il pittore Filippo de Pisis e il suo entourage. La sua sar\u00e0 una vita da \u201cricercatore solitario\u201d, come si era autodefinito, sempre pronto a sperimentare idee nuove, frutto della sua fervida fantasia.<\/p>\n<p>Questa capacit\u00e0 di inventare e seguire percorsi nuovi l\u2019ha reso un artista molto peculiare per quei tempi, propositore di prospettive nuove, con un approccio divertito e sempre attento ai materiali e alle intuizioni espressive.<\/p>\n<p>Tra la fine degli anni Quaranta e l\u2019inizio dei Cinquanta si collocano le prime \u201cImpronte\u201d, calchi in gesso, cartone pressato o gomma ricavate dai segni lasciati, ad esempio, da un\u2019automobile sull\u2019asfalto, o da tracce di oggetti comuni, giocattoli o attrezzi. L\u2019intento dell\u2019artista \u00e8 quello di recuperare \u201cle cose pi\u00f9 umili che di solito vanno perdute\u201d, come esprime nel \u201cManifesto dell\u2019Arte Improntale\u201d del 1956. Risalgono all\u2019inizio degli anni Cinquanta anche i \u201cSacchettini \u2013 Testimonianze\u201d, realizzati assemblando oggetti di poco valore &#8211; monete, conchiglie, piccoli giocattoli, frammenti &#8211; in sacchetti di plastica fissati su legno in una disposizione regolare e appesi come un quadro tradizionale.<\/p>\n<p>Dello stesso periodo sono anche le prime opere tridimensionali &#8211; i 3D &#8211; in materiale plastico trasparente o vetro e, successivamente, su legno, lamiera e plexiglas colorato, dove l\u2019immagine \u00e8 la combinazione di figure poste in successione su piani differenti, che ne esaltano la profondit\u00e0.<\/p>\n<p>La serie dei \u201cCollages\u201d, sviluppata invece nella seconda met\u00e0 degli anni Cinquanta fino agli anni Ottanta in seguito a un viaggio negli Stati Uniti, si basa su un effetto combinatorio di immagini, realizzate con la tecnica del dripping su un unico piano, di tela, carta o stoffa.<\/p>\n<p>Al 1957 risalgono i primi \u201cTableaux Dor\u00e9s\u201d, che costituiscono uno dei cicli pi\u00f9 noti dell\u2019artista, oltre che il pi\u00f9 duraturo. Lo sfondo bicolore, trattato a olio o a smalto, su cui sono disposte le foglie d\u2019oro, presenta una parte bianca accostata a colori primari. Altri hanno lo sfondo monocromo o sono realizzati con paglia o stoffa.<\/p>\n<p>A partire dal 1965 l\u2019artista d\u00e0 vita ad alcune opere racchiuse sotto la definizione di \u201cArte sovrastrutturale\u201d che, mediante un atto di \u201cappropriazione artistica\u201d di oggetti, cose e persone, esprimono l\u2019esigenza di fissare nella memoria in modo indelebile ricordi e realt\u00e0. Ascrivibili a questa definizione sono le \u201cSculture neve\u201d, teatrini poetici i cui protagonisti sono oggetti comuni tratti dal mondo dell\u2019infanzia, della natura o della vita quotidiana ricoperti di neve artificiale e disposti in teche trasparenti: immobile sotto il manto\u00a0<span class=\"markfbsfk2mjp\" data-markjs=\"true\" data-ogac=\"\" data-ogab=\"\" data-ogsc=\"\" data-ogsb=\"\">bianco<\/span>\u00a0che la riveste, la composizione trasporta lo spettatore in una dimensione incantata e senza tempo.<\/p>\n<p>I \u201cQuadri parlanti\u201d, esposti per la prima volta nel 1974, sono invece tele in alcuni casi non lavorate in cotone\u00a0<span class=\"markfbsfk2mjp\" data-markjs=\"true\" data-ogac=\"\" data-ogab=\"\" data-ogsc=\"\" data-ogsb=\"\">bianco<\/span>\u00a0o nero, in altre impressionate con fotografie, sul cui retro sono posizionati degli amplificatori che, all\u2019avvicinarsi dello spettatore, si attivano emettendo suoni o frasi registrate dall\u2019artista. Il pi\u00f9 noto \u00e8 \u201cScusi signore\u2026\u201d dove\u00a0<span class=\"markfbsfk2mjp\" data-markjs=\"true\" data-ogac=\"\" data-ogab=\"\" data-ogsc=\"\" data-ogsb=\"\">Bianco<\/span>\u00a0si auto-ritrae con il dito puntato, immagine gi\u00e0 utilizzata nel 1965 quando, in occasione di una personale alla Galleria del Naviglio, la foto compariva su tutti i tram milanesi a coinvolgere l\u2019intera comunit\u00e0. L\u2019inserimento della voce umana rappresenta un tentativo di oltrepassare la dimensione tradizionale del quadro. Il tema \u00e8 il bisogno di dialogare con il pubblico, trasformando la tela non pi\u00f9 nel teatro della rappresentazione, ma nel luogo dell\u2019ascolto e, soprattutto, del ricordo, punto focale di gran parte del percorso dell\u2019artista.<\/p>\n<p>Il catalogo della mostra, edito da Silvana, \u00e8 corredato dai testi di Lorella Giudici ed Elisa Camesasca, dagli apparati a cura di Gabriella Passerini e Alberto Vincenzoni e riporta un\u2019intervista a Marina Abramovi\u0107, del 2012, riguardo al lavoro di\u00a0<span class=\"markb4vsmgkiz\" data-markjs=\"true\" data-ogac=\"\" data-ogab=\"\" data-ogsc=\"\" data-ogsb=\"\">Remo<\/span>\u00a0<span class=\"markfbsfk2mjp\" data-markjs=\"true\" data-ogac=\"\" data-ogab=\"\" data-ogsc=\"\" data-ogsb=\"\">Bianco<\/span>\u00a0conosciuto nel 1977.<\/p>\n<p>Ingresso compreso nel biglietto del Museo (10 euro intero, 8 ridotto, gratuito la prima domenica del mese e con Abbonamento Musei Lombardia).<\/p>\n<p><strong>REMO BIANCO<\/strong><\/p>\n<p><strong>BIOGRAFIA<\/strong><\/p>\n<p>Nato nella periferia milanese 3 giugno 1922 Remo Bianchi (in arte <em>Remo Bianco<\/em>) \u00e8 figlio di Guido, elettricista al Teatro alla Scala, e di Giovanna Ripamonti, esperta di astrologia e cartomanzia.Compie gli studi ai corsi serali di disegno all\u2019Accademia di Brera dove, nel 1939, conosce il pittore Filippo de Pisis, che diverr\u00e0 suo maestro.\u00a0 Dopo aver combattuto nella Seconda Guerra Mondiale, rientra nel 1944 a Milano e riprende a dipingere.Alla fine degli anni Quaranta risalgono le prime opere tridimensionali e le <em>Impronte<\/em> in gesso.Nel 1948 la sua prima mostra personale (insieme al pittore Franco Sapi) al Gruppo Esagono a Milano.Agli inizi degli anni \u201950 \u00e8 vicino alle ricerche dello Spazialismo di Lucio Fontana.Nell\u2019ottobre 1952 espone in una personale per la prima volta alla Galleria del Cavallino di Venezia di Carlo Cardazzo, inaugurando cos\u00ec l\u2019importante e duraturo rapporto che lo legher\u00e0 alle Gallerie del Naviglio e del Cavallino lungo tutto l\u2019arco della sua carriera. Presentato in catalogo da Virgilio Guidi, \u00e8 definito come uno \u201cspaziale isolato\u201d, \u201cpi\u00f9 prossimo ai concetti propri agli spaziali di Milano. Ma di fronte ad essi \u00e8 pi\u00f9 ingemmato e prezioso; pi\u00f9 estroso, pi\u00f9 capriccioso, pi\u00f9 immediato&#8221;.In questo periodo \u00e8 impegnato nella realizzazione di opere astratte realizzate su lastre di vetro e materiale plastico poste in successione, i <em>3D<\/em>, che espone nel 1953 alla Galleria Montenapoleone di Milano, con un testo introduttivo di Lucio Fontana che dimostra forte interesse per le ricerche del giovane.Allo stesso anno risale l\u2019incontro, fondamentale per la sua vita, con l\u2019imprenditore milanese Virgilio Gianni, conosciuto tramite Filippo de Pisis allora ricoverato a Brugherio nella casa di cura Villa Fiorita. Gianni, vicino all\u2019ambiente di Cardazzo, diventer\u00e0 il suo pi\u00f9 importante collezionista, amico e mecenate.\u00a0Grazie a una borsa di studio offertagli dall\u2019imprenditore, Bianco parte nel 1955 per gli Stati Uniti, dove resta alcuni mesi visitando Chicago, la Florida e soprattutto New York. Qui, a giugno, espone al Village Art Center le opere <em>3D<\/em>. A New York inoltre vede per la prima volta una mostra di Burri e conosce i lavori di Donati, Marca-Relli, Kline e l\u2019<em>action painting <\/em>di Jackson Pollock, la cui influenza si riveler\u00e0 fondamentale nello sviluppo dei <em>Collages, <\/em>la serie di opere che inizia a dipingere proprio nel 1955, al rientro dagli Stati Uniti: opere realizzate su carta e tela con pennellate veloci e gestuali che l\u2019artista in un secondo momento ritaglia in quadrati per poi ricomporli con un ordine diverso, dando cos\u00ec vita a una nuova opera.Il rientro a Milano \u00e8 segnato dalla perdita del maestro de Pisis che muore nell\u2019aprile 1956.Nel 1956 scrive il <em>Manifesto dell\u2019Arte Improntale<\/em>, cui \u00e8 legata la produzione dei <em>Sacchettini-Testimonianze<\/em> e delle <em>Impronte <\/em>di oggetti in gesso e in gomma, opere i cui protagonisti sono oggetti quotidiani e spesso legati al mondo dell\u2019infanzia.L\u2019anno successivo inaugura il fortunato ciclo dei <em>Tableaux Dor\u00e9s<\/em>, opere non figurative che derivano dallo sviluppo della tecnica dei <em>Collages<\/em> nei quali l\u2019artista interviene sulla caratteristica griglia quadrettata con la foglia d\u2019oro e anch\u2019esse riconducibili all\u2019arte improntale (essendo alcuni dei <em>Tableaux Dor\u00e9s<\/em> intitolati <em>Impronte<\/em>).Nel 1959 presenta i <em>Collages <\/em>alla Galleria del Cavallino (luglio) e intraprende numerosi viaggi in Europa (Parigi, Stoccolma, Monaco) e visita l\u2019Egitto. Realizza una serie di impronte in gesso a grandezza naturale del suo corpo, sorta di \u201cmoderni sarcofagi tridimensionali a testimonianza del suo passaggio terreno\u201d (L. Giudici 2007).Nel 1960 espone per la prima volta a Parigi, alla Galerie de Beaune, dove presenta i <em>Collages<\/em>.Nel 1961 a Parigi conosce il critico Beniamino Joppolo che, nel febbraio dello stesso anno, introduce la mostra personale sui <em>Collages<\/em> alla Galleria del Naviglio. In agosto espone per la prima volta i <em>Tableaux Dor\u00e9s<\/em> al Cavallino di Venezia con una presentazione di Agnoldomenico Pica.\u00a0 Sempre nel 1961 compie un viaggio in Iran e Iraq per preparare la mostra <em>Ricordi di un viaggio in oriente<\/em>, organizzata in agosto dalla Galleria del Cavallino al Casin\u00f2 di Venezia, in cui espone le <em>Pagode<\/em>, opere derivate dalle suggestioni assimilate in Persia.Nel 1963 espone a Trento alla Galleria l\u2019Argentario di Ines Fedrizzi, con la presentazione in catalogo di Garibaldo Marussi; partecipa alla Biennale di San Marino e alla Biennale d\u2019Arte del Mediterraneo di Alessandria d\u2019Egitto.Nel 1964 pubblica il <em>Manifesto dell\u2019Arte Chimica<\/em>\u00a0 ed espone in aprile alla Galleria del Naviglio per la prima volta <em>Sacchettini<\/em> e <em>Impronte<\/em>, mentre al Cavallino, in agosto, presenta le <em>Sculture Viventi<\/em>,\u00a0 donne esposte come sculture insieme a oggetti di derivazione Pop.\u00a0Il 1965 \u00e8 un anno denso di avvenimenti.\u00a0 Visita Bourges, conosce poi Mark Tobey a Basilea e tiene una mostra di <em>Impronte<\/em> alla Galleria Flaviana di Locarno, nella quale oltre alle <em>Impronte<\/em> in gesso, ai <em>Sacchettini \u2013 Testimonianze<\/em>, ripropone le <em>Sculture Viventi<\/em>.A maggio espone al Naviglio in una personale interamente dedicata ai <em>3D opachi<\/em> con il testo introduttivo di Gillo Dorfles che descrive questo ciclo di opere: \u201csi tratta di una serie di lavori costruiti con lamine di legno intagliato, variamente colorate, sempre singolarmente monocrome, ma poi sovrapposte\u201d. In occasione di questa mostra viene organizzata la famosa campagna pubblicitaria diffusa in tutta la citt\u00e0, anche sui tram, con la foto di Ugo Mulas in cui Bianco \u00e8 ritratto con il dito puntato accanto alla scritta \u201cvenga anche lei a vedere la mia mostra\u201d.A Carrara redige il Manifesto della Sovrastruttura e inizia il ciclo delle <em>Appropriazioni<\/em>, di cui fanno parte le <em>Sculture Neve<\/em>, le <em>Sculture<\/em> <em>Calde<\/em>, le <em>Appropriazioni &#8211; <\/em>poster e manipolazioni di foto con i quadrati dorati &#8211; e le <em>Bandiere<\/em>, iniziando a servirsi del modulo dei quadrati dorati \u201ccome di una specie di marchio o sigla personale, araldica, sovrapponendolo a riproduzioni di altri artisti, riviste o illustrazioni gi\u00e0 esistenti\u201d.Nel gennaio 1966, alla Galleria 2000 di Bologna, espone le <em>Sculture instabili<\/em>, incentrate sul tema del movimento e che compaiono qui per la prima volta, accanto ai <em>3D<\/em> e ai <em>Tableaux Dor\u00e9s<\/em> luminosi e una modella con luci. Parallelamente, nel corso di questi anni, progetta numerose serie, quali le <em>Sculture Immateriali<\/em>, quelle <em>odorifere<\/em>, le sculture mosse dal vento o dai passi degli spettatori.A fine anno partecipa alla Biennale di Nagaoka, Museo d\u2019Arte Moderna di Nagaoka (400 km da Tokyo), esposizione cui sono invitati a partecipare insieme ad artisti giapponesi artisti di un altro Paese: quell\u2019anno il Paese ospite era l\u2019Italia e Bianco partecipa presentando i 3D (vince l\u2019edizione Enrico Castellani).Nel 1967 compaiono le prime pubblicazioni dei suoi esperimenti con il Sephadex (iniziati nei primi anni \u201960), un gel chimico che ha le propriet\u00e0 di divedere altri prodotti secondo il loro peso specifico, i cui risultati saranno esposti nella mostra al Moderna Musset di Stoccolma del 1969.Del 1969 \u00e8 anche la mostra\/perfomance alla Galleria Vismara di Milano in cui l\u2019artista distribuisce ai visitatori un 3D commestibile.Tra il 1969 e il 1970 inizia il ciclo dell\u2019<em>Arte Elementare, <\/em>un\u2019amara riflessione sui limiti imposti alla libert\u00e0\u00a0creativa degli individui messa in scena con una progressiva riduzione dei mezzi pittorici e espressivi in favore di rappresentazioni ispirate ai disegni infantili e ai libri per l\u2019infanzia, dei quali sono ripresi i soggetti,\u00a0la rappresentazione piatta e spesso anche la quadrettatura del foglio.Nel 1970 un grande <em>Tableau Dor\u00e9<\/em> \u00e8 esposto alla Sala Volpi alla Biennale del Cinema di Venezia. A partire dall\u2019anno seguente e per i primi anni\u2019 70, si dedica al ciclo della <em>Gioia di Vivere<\/em>, in parte svolto a Parigi, dove trascorre sempre pi\u00f9 tempo (alcune opere portano infatti il titolo <em>Joie de Vivre<\/em>), in cui il modulo del quadrato fa da sfondo a immagini pittoriche, spesso erotiche, di figure femminili.Tra il 1972 e il 1974 la sua arte sconfina progressivamente nella performance e in opere che richiedono la partecipazione attiva del pubblico. E\u2019 il caso di <em>Idee per una scala<\/em>, installazione autobiografica presentata alla Galleria del Naviglio (1972); dello spettacolo <em>Sadico Mistico Elementare<\/em> che scrive e interpreta al Teatro Angelicum di Milano (1972).Nel 1974 a Parigi ha luogo l\u2019<em>appropriazione <\/em>del caf\u00e9 La Coupole, attraverso l\u2019applicazione di foglie d\u2019oro sui manifesti delle mostre in corso a Parigi nel marzo di quell\u2019anno.Ancora nel 1974, in giugno, espone nella mostra dal titolo <em>Cimitero Vivente<\/em> alla galleria Bon \u00e0 Tirer di Milano i <em>Quadri Parlanti<\/em>: opere costituite prevalentemente\u00a0da tele &#8211;\u00a0bianche\u00a0o nere o con riproduzioni fotografiche &#8211;\u00a0che, grazie a un lettore Stereo 8 posto al retro, trasmettono registrazioni di voci, per lo pi\u00f9 a tema autobiografico, sia dello stesso artista\u00a0che di gente comune, che un sensore apposto sulla tela attiva all&#8217;avvicinarsi dello spettatore.L\u2019inserimento della voce umana all\u2019interno del quadro rappresenta un tentativo di oltrepassare la dimensione tradizionale del quadro, aprendo al contempo\u00a0nuove possibilit\u00e0 di interazione con l\u2019opera.Dalla met\u00e0 degli anni \u201970 si consolidano i rapporti con la capitale francese, in particolare con il critico Pierre Restany e la gallerie Raymond Cazenave e Lara Vincy, presentando in quest\u2019ultima i <em>Quadri Parlanti<\/em> (1976), la\u00a0 <em>Gioia di Vivere<\/em> (1979) e le <em>Bandiere<\/em> (1979). Nel 1977 tiene la mostra <em>La realt\u00e0 improntale<\/em> alla galleria International Arts di Roma, presentata da Miklos Varga e in cui sono presentate una selezione di opere della sua intera produzione. Alla fine degli anni \u201970 conosce Marina Abramovic a Ferrara, diventandone amico. Nel 1982 \u00e8 ricoverato a Trento a causa delle sue cattive condizioni di salute. L\u2019anno seguente il Palazzo delle Albere, allora diretto da Gabriella Belli, gli dedica una mostra antologica. Tra il 1984 e il 1985 compie un viaggio in India. Nel 1984 presenta la mostra <em>Saint \u2013 R\u00e9my du Blanc alias Remo Bianco<\/em> alla galleria Lara Vincy dedicate alle Sculture neve.Dal 1987 si aggravano le sue condizioni di salute. Una delle sue ultime mostre, <em>Drapeux. Bandiere<\/em>,\u00a0 si tiene ugualmente a Parigi alla Galleria Lara Vincy nell\u2019estate 1987.<\/p>\n<p>Si spegne a Milano il 23 febbraio 1988.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>foto &#8211; Impronta (Giocattoli) 1956 c.<\/p>\n<p>calco in gomma con catalizzatore a freddo<\/p>\n<p>cm 42 X 47<\/p>\n<p>Collezione Manuela Milan Lodi<\/p>\n<p>https:\/\/www.museodelnovecento.org\/it\/mostra\/remo-bianco<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Ho tagliato legni e plastiche, sovrapponendoli in modo da ottenere una profondit\u00e0 tridimensionale. E in seguito, sempre in questo ordine, ho disegnato per moltissimo tempo con un pennarello che si chiamava Flomaster [sic] sul vinylite, una superficie plastica che si poteva trattare come la tela\u201d. 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