Museo del Novecento Milano Remo Bianco. Le impronte della memoria

Ho tagliato legni e plastiche, sovrapponendoli in modo da ottenere una profondità tridimensionale. E in seguito, sempre in questo ordine, ho disegnato per moltissimo tempo con un pennarello che si chiamava Flomaster [sic] sul vinylite, una superficie plastica che si poteva trattare come la tela”.

Remo Bianco [A, p. 77]

Promossa da Comune di Milano|Cultura e ideata e realizzata dal Museo del Novecento in collaborazione della Fondazione Remo Bianco, la mostra “RemoBianco. Le impronte della memoria”, aperta al pubblico dal 5 luglio al 6 ottobre 2019, è curata da Lorella Giudici ed è allestita nel percorso museale del Museo, coinvolgendo anche gli spazi degli Archivi “Ettore e Claudio Gian Ferrari”.

 

Le oltre 70 opere esposte ripercorrono le fasi della ricerca di Remo Bianco (Milano, 1922_1988) e ne rappresentano i percorsi di vita e di lavoro.

Nella Milano del boom economico, in un’atmosfera culturalmente ed economicamente produttiva, il giovane Remo Bianco conosce e frequenta il pittore Filippo de Pisis e il suo entourage. La sua sarà una vita da “ricercatore solitario”, come si era autodefinito, sempre pronto a sperimentare idee nuove, frutto della sua fervida fantasia.

Questa capacità di inventare e seguire percorsi nuovi l’ha reso un artista molto peculiare per quei tempi, propositore di prospettive nuove, con un approccio divertito e sempre attento ai materiali e alle intuizioni espressive.

Tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio dei Cinquanta si collocano le prime “Impronte”, calchi in gesso, cartone pressato o gomma ricavate dai segni lasciati, ad esempio, da un’automobile sull’asfalto, o da tracce di oggetti comuni, giocattoli o attrezzi. L’intento dell’artista è quello di recuperare “le cose più umili che di solito vanno perdute”, come esprime nel “Manifesto dell’Arte Improntale” del 1956. Risalgono all’inizio degli anni Cinquanta anche i “Sacchettini – Testimonianze”, realizzati assemblando oggetti di poco valore – monete, conchiglie, piccoli giocattoli, frammenti – in sacchetti di plastica fissati su legno in una disposizione regolare e appesi come un quadro tradizionale.

Dello stesso periodo sono anche le prime opere tridimensionali – i 3D – in materiale plastico trasparente o vetro e, successivamente, su legno, lamiera e plexiglas colorato, dove l’immagine è la combinazione di figure poste in successione su piani differenti, che ne esaltano la profondità.

La serie dei “Collages”, sviluppata invece nella seconda metà degli anni Cinquanta fino agli anni Ottanta in seguito a un viaggio negli Stati Uniti, si basa su un effetto combinatorio di immagini, realizzate con la tecnica del dripping su un unico piano, di tela, carta o stoffa.

Al 1957 risalgono i primi “Tableaux Dorés”, che costituiscono uno dei cicli più noti dell’artista, oltre che il più duraturo. Lo sfondo bicolore, trattato a olio o a smalto, su cui sono disposte le foglie d’oro, presenta una parte bianca accostata a colori primari. Altri hanno lo sfondo monocromo o sono realizzati con paglia o stoffa.

A partire dal 1965 l’artista dà vita ad alcune opere racchiuse sotto la definizione di “Arte sovrastrutturale” che, mediante un atto di “appropriazione artistica” di oggetti, cose e persone, esprimono l’esigenza di fissare nella memoria in modo indelebile ricordi e realtà. Ascrivibili a questa definizione sono le “Sculture neve”, teatrini poetici i cui protagonisti sono oggetti comuni tratti dal mondo dell’infanzia, della natura o della vita quotidiana ricoperti di neve artificiale e disposti in teche trasparenti: immobile sotto il manto bianco che la riveste, la composizione trasporta lo spettatore in una dimensione incantata e senza tempo.

I “Quadri parlanti”, esposti per la prima volta nel 1974, sono invece tele in alcuni casi non lavorate in cotone bianco o nero, in altre impressionate con fotografie, sul cui retro sono posizionati degli amplificatori che, all’avvicinarsi dello spettatore, si attivano emettendo suoni o frasi registrate dall’artista. Il più noto è “Scusi signore…” dove Bianco si auto-ritrae con il dito puntato, immagine già utilizzata nel 1965 quando, in occasione di una personale alla Galleria del Naviglio, la foto compariva su tutti i tram milanesi a coinvolgere l’intera comunità. L’inserimento della voce umana rappresenta un tentativo di oltrepassare la dimensione tradizionale del quadro. Il tema è il bisogno di dialogare con il pubblico, trasformando la tela non più nel teatro della rappresentazione, ma nel luogo dell’ascolto e, soprattutto, del ricordo, punto focale di gran parte del percorso dell’artista.

Il catalogo della mostra, edito da Silvana, è corredato dai testi di Lorella Giudici ed Elisa Camesasca, dagli apparati a cura di Gabriella Passerini e Alberto Vincenzoni e riporta un’intervista a Marina Abramović, del 2012, riguardo al lavoro di Remo Bianco conosciuto nel 1977.

Ingresso compreso nel biglietto del Museo (10 euro intero, 8 ridotto, gratuito la prima domenica del mese e con Abbonamento Musei Lombardia).

REMO BIANCO

BIOGRAFIA

Nato nella periferia milanese 3 giugno 1922 Remo Bianchi (in arte Remo Bianco) è figlio di Guido, elettricista al Teatro alla Scala, e di Giovanna Ripamonti, esperta di astrologia e cartomanzia.Compie gli studi ai corsi serali di disegno all’Accademia di Brera dove, nel 1939, conosce il pittore Filippo de Pisis, che diverrà suo maestro.  Dopo aver combattuto nella Seconda Guerra Mondiale, rientra nel 1944 a Milano e riprende a dipingere.Alla fine degli anni Quaranta risalgono le prime opere tridimensionali e le Impronte in gesso.Nel 1948 la sua prima mostra personale (insieme al pittore Franco Sapi) al Gruppo Esagono a Milano.Agli inizi degli anni ’50 è vicino alle ricerche dello Spazialismo di Lucio Fontana.Nell’ottobre 1952 espone in una personale per la prima volta alla Galleria del Cavallino di Venezia di Carlo Cardazzo, inaugurando così l’importante e duraturo rapporto che lo legherà alle Gallerie del Naviglio e del Cavallino lungo tutto l’arco della sua carriera. Presentato in catalogo da Virgilio Guidi, è definito come uno “spaziale isolato”, “più prossimo ai concetti propri agli spaziali di Milano. Ma di fronte ad essi è più ingemmato e prezioso; più estroso, più capriccioso, più immediato”.In questo periodo è impegnato nella realizzazione di opere astratte realizzate su lastre di vetro e materiale plastico poste in successione, i 3D, che espone nel 1953 alla Galleria Montenapoleone di Milano, con un testo introduttivo di Lucio Fontana che dimostra forte interesse per le ricerche del giovane.Allo stesso anno risale l’incontro, fondamentale per la sua vita, con l’imprenditore milanese Virgilio Gianni, conosciuto tramite Filippo de Pisis allora ricoverato a Brugherio nella casa di cura Villa Fiorita. Gianni, vicino all’ambiente di Cardazzo, diventerà il suo più importante collezionista, amico e mecenate. Grazie a una borsa di studio offertagli dall’imprenditore, Bianco parte nel 1955 per gli Stati Uniti, dove resta alcuni mesi visitando Chicago, la Florida e soprattutto New York. Qui, a giugno, espone al Village Art Center le opere 3D. A New York inoltre vede per la prima volta una mostra di Burri e conosce i lavori di Donati, Marca-Relli, Kline e l’action painting di Jackson Pollock, la cui influenza si rivelerà fondamentale nello sviluppo dei Collages, la serie di opere che inizia a dipingere proprio nel 1955, al rientro dagli Stati Uniti: opere realizzate su carta e tela con pennellate veloci e gestuali che l’artista in un secondo momento ritaglia in quadrati per poi ricomporli con un ordine diverso, dando così vita a una nuova opera.Il rientro a Milano è segnato dalla perdita del maestro de Pisis che muore nell’aprile 1956.Nel 1956 scrive il Manifesto dell’Arte Improntale, cui è legata la produzione dei Sacchettini-Testimonianze e delle Impronte di oggetti in gesso e in gomma, opere i cui protagonisti sono oggetti quotidiani e spesso legati al mondo dell’infanzia.L’anno successivo inaugura il fortunato ciclo dei Tableaux Dorés, opere non figurative che derivano dallo sviluppo della tecnica dei Collages nei quali l’artista interviene sulla caratteristica griglia quadrettata con la foglia d’oro e anch’esse riconducibili all’arte improntale (essendo alcuni dei Tableaux Dorés intitolati Impronte).Nel 1959 presenta i Collages alla Galleria del Cavallino (luglio) e intraprende numerosi viaggi in Europa (Parigi, Stoccolma, Monaco) e visita l’Egitto. Realizza una serie di impronte in gesso a grandezza naturale del suo corpo, sorta di “moderni sarcofagi tridimensionali a testimonianza del suo passaggio terreno” (L. Giudici 2007).Nel 1960 espone per la prima volta a Parigi, alla Galerie de Beaune, dove presenta i Collages.Nel 1961 a Parigi conosce il critico Beniamino Joppolo che, nel febbraio dello stesso anno, introduce la mostra personale sui Collages alla Galleria del Naviglio. In agosto espone per la prima volta i Tableaux Dorés al Cavallino di Venezia con una presentazione di Agnoldomenico Pica.  Sempre nel 1961 compie un viaggio in Iran e Iraq per preparare la mostra Ricordi di un viaggio in oriente, organizzata in agosto dalla Galleria del Cavallino al Casinò di Venezia, in cui espone le Pagode, opere derivate dalle suggestioni assimilate in Persia.Nel 1963 espone a Trento alla Galleria l’Argentario di Ines Fedrizzi, con la presentazione in catalogo di Garibaldo Marussi; partecipa alla Biennale di San Marino e alla Biennale d’Arte del Mediterraneo di Alessandria d’Egitto.Nel 1964 pubblica il Manifesto dell’Arte Chimica  ed espone in aprile alla Galleria del Naviglio per la prima volta Sacchettini e Impronte, mentre al Cavallino, in agosto, presenta le Sculture Viventi,  donne esposte come sculture insieme a oggetti di derivazione Pop. Il 1965 è un anno denso di avvenimenti.  Visita Bourges, conosce poi Mark Tobey a Basilea e tiene una mostra di Impronte alla Galleria Flaviana di Locarno, nella quale oltre alle Impronte in gesso, ai Sacchettini – Testimonianze, ripropone le Sculture Viventi.A maggio espone al Naviglio in una personale interamente dedicata ai 3D opachi con il testo introduttivo di Gillo Dorfles che descrive questo ciclo di opere: “si tratta di una serie di lavori costruiti con lamine di legno intagliato, variamente colorate, sempre singolarmente monocrome, ma poi sovrapposte”. In occasione di questa mostra viene organizzata la famosa campagna pubblicitaria diffusa in tutta la città, anche sui tram, con la foto di Ugo Mulas in cui Bianco è ritratto con il dito puntato accanto alla scritta “venga anche lei a vedere la mia mostra”.A Carrara redige il Manifesto della Sovrastruttura e inizia il ciclo delle Appropriazioni, di cui fanno parte le Sculture Neve, le Sculture Calde, le Appropriazioni – poster e manipolazioni di foto con i quadrati dorati – e le Bandiere, iniziando a servirsi del modulo dei quadrati dorati “come di una specie di marchio o sigla personale, araldica, sovrapponendolo a riproduzioni di altri artisti, riviste o illustrazioni già esistenti”.Nel gennaio 1966, alla Galleria 2000 di Bologna, espone le Sculture instabili, incentrate sul tema del movimento e che compaiono qui per la prima volta, accanto ai 3D e ai Tableaux Dorés luminosi e una modella con luci. Parallelamente, nel corso di questi anni, progetta numerose serie, quali le Sculture Immateriali, quelle odorifere, le sculture mosse dal vento o dai passi degli spettatori.A fine anno partecipa alla Biennale di Nagaoka, Museo d’Arte Moderna di Nagaoka (400 km da Tokyo), esposizione cui sono invitati a partecipare insieme ad artisti giapponesi artisti di un altro Paese: quell’anno il Paese ospite era l’Italia e Bianco partecipa presentando i 3D (vince l’edizione Enrico Castellani).Nel 1967 compaiono le prime pubblicazioni dei suoi esperimenti con il Sephadex (iniziati nei primi anni ’60), un gel chimico che ha le proprietà di divedere altri prodotti secondo il loro peso specifico, i cui risultati saranno esposti nella mostra al Moderna Musset di Stoccolma del 1969.Del 1969 è anche la mostra/perfomance alla Galleria Vismara di Milano in cui l’artista distribuisce ai visitatori un 3D commestibile.Tra il 1969 e il 1970 inizia il ciclo dell’Arte Elementare, un’amara riflessione sui limiti imposti alla libertà creativa degli individui messa in scena con una progressiva riduzione dei mezzi pittorici e espressivi in favore di rappresentazioni ispirate ai disegni infantili e ai libri per l’infanzia, dei quali sono ripresi i soggetti, la rappresentazione piatta e spesso anche la quadrettatura del foglio.Nel 1970 un grande Tableau Doré è esposto alla Sala Volpi alla Biennale del Cinema di Venezia. A partire dall’anno seguente e per i primi anni’ 70, si dedica al ciclo della Gioia di Vivere, in parte svolto a Parigi, dove trascorre sempre più tempo (alcune opere portano infatti il titolo Joie de Vivre), in cui il modulo del quadrato fa da sfondo a immagini pittoriche, spesso erotiche, di figure femminili.Tra il 1972 e il 1974 la sua arte sconfina progressivamente nella performance e in opere che richiedono la partecipazione attiva del pubblico. E’ il caso di Idee per una scala, installazione autobiografica presentata alla Galleria del Naviglio (1972); dello spettacolo Sadico Mistico Elementare che scrive e interpreta al Teatro Angelicum di Milano (1972).Nel 1974 a Parigi ha luogo l’appropriazione del café La Coupole, attraverso l’applicazione di foglie d’oro sui manifesti delle mostre in corso a Parigi nel marzo di quell’anno.Ancora nel 1974, in giugno, espone nella mostra dal titolo Cimitero Vivente alla galleria Bon à Tirer di Milano i Quadri Parlanti: opere costituite prevalentemente da tele – bianche o nere o con riproduzioni fotografiche – che, grazie a un lettore Stereo 8 posto al retro, trasmettono registrazioni di voci, per lo più a tema autobiografico, sia dello stesso artista che di gente comune, che un sensore apposto sulla tela attiva all’avvicinarsi dello spettatore.L’inserimento della voce umana all’interno del quadro rappresenta un tentativo di oltrepassare la dimensione tradizionale del quadro, aprendo al contempo nuove possibilità di interazione con l’opera.Dalla metà degli anni ’70 si consolidano i rapporti con la capitale francese, in particolare con il critico Pierre Restany e la gallerie Raymond Cazenave e Lara Vincy, presentando in quest’ultima i Quadri Parlanti (1976), la  Gioia di Vivere (1979) e le Bandiere (1979). Nel 1977 tiene la mostra La realtà improntale alla galleria International Arts di Roma, presentata da Miklos Varga e in cui sono presentate una selezione di opere della sua intera produzione. Alla fine degli anni ’70 conosce Marina Abramovic a Ferrara, diventandone amico. Nel 1982 è ricoverato a Trento a causa delle sue cattive condizioni di salute. L’anno seguente il Palazzo delle Albere, allora diretto da Gabriella Belli, gli dedica una mostra antologica. Tra il 1984 e il 1985 compie un viaggio in India. Nel 1984 presenta la mostra Saint – Rémy du Blanc alias Remo Bianco alla galleria Lara Vincy dedicate alle Sculture neve.Dal 1987 si aggravano le sue condizioni di salute. Una delle sue ultime mostre, Drapeux. Bandiere,  si tiene ugualmente a Parigi alla Galleria Lara Vincy nell’estate 1987.

Si spegne a Milano il 23 febbraio 1988.

 

foto – Impronta (Giocattoli) 1956 c.

calco in gomma con catalizzatore a freddo

cm 42 X 47

Collezione Manuela Milan Lodi

https://www.museodelnovecento.org/it/mostra/remo-bianco

 

 

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